Descrizione
La chiesa di Santa Sofia, in contrà Altinate a Padova, è una delle testimonianze più importanti del romanico veneto: un'aula di pietra e mattoni, severa e armoniosa, che sembra arrivare dritta dal Medioevo.
La facciata guarda a ponente ed è leggermente piegata verso nord: le fondamenta cedettero già mentre la si costruiva. Nicchie, archi ciechi e archetti la animano; in alto spicca un grande oculo del Trecento.
Il pezzo forte è però sul retro. L'abside è la parte più antica, un gioco di archi ciechi e di una galleria in pietra e cotto che converge sul grande nicchione centrale. C'è chi la data al X secolo, chi ancora prima.
Sopra una delle sue volte si alza il campanile romanico-gotico del 1296. Dentro, pilastri e colonne reggono una fila di arcate che corre fino al catino absidale; molte colonne e capitelli sono pezzi romani e bizantini riutilizzati.
Lungo le pareti affiorano affreschi del Duecento e del Trecento, in parte di scuola giottesca. Nel nicchione dell'abside c'è una Vergine in trono con sante, e sopra il catino è sospeso un crocifisso ligneo del Quattrocento.
Nella navata sinistra merita una sosta la Pietà di Egidio da Wiener Neustadt, scultura tardogotica del 1430 circa. Poco oltre, l'acquasantiera è ricavata da un capitello romano di età imperiale rimasto incompiuto.
La tradizione vuole la chiesa fondata da san Prosdocimo sulle rovine di un tempio di Apollo. Il primo documento è del 1123, quando il vescovo Sinibaldo sollecitò lavori che andavano avanti da decenni, rallentati anche dal terremoto del 1117.
Qui, nel 1448, un Andrea Mantegna diciassettenne firmò il suo primo lavoro indipendente: la pala dell'altare maggiore, una Madonna con santi andata dispersa nel Seicento.
Negli anni Cinquanta un restauro radicale le ridiede l'aspetto primitivo, sacrificando gran parte degli arredi manieristi e barocchi. E c'è un dettaglio da curiosi: nel fonte battesimale, arrivato dalla vicina Santa Caterina, furono battezzati Livia e Gianvincenzo, figli di Galileo Galilei.
La facciata guarda a ponente ed è leggermente piegata verso nord: le fondamenta cedettero già mentre la si costruiva. Nicchie, archi ciechi e archetti la animano; in alto spicca un grande oculo del Trecento.
Il pezzo forte è però sul retro. L'abside è la parte più antica, un gioco di archi ciechi e di una galleria in pietra e cotto che converge sul grande nicchione centrale. C'è chi la data al X secolo, chi ancora prima.
Sopra una delle sue volte si alza il campanile romanico-gotico del 1296. Dentro, pilastri e colonne reggono una fila di arcate che corre fino al catino absidale; molte colonne e capitelli sono pezzi romani e bizantini riutilizzati.
Lungo le pareti affiorano affreschi del Duecento e del Trecento, in parte di scuola giottesca. Nel nicchione dell'abside c'è una Vergine in trono con sante, e sopra il catino è sospeso un crocifisso ligneo del Quattrocento.
Nella navata sinistra merita una sosta la Pietà di Egidio da Wiener Neustadt, scultura tardogotica del 1430 circa. Poco oltre, l'acquasantiera è ricavata da un capitello romano di età imperiale rimasto incompiuto.
La tradizione vuole la chiesa fondata da san Prosdocimo sulle rovine di un tempio di Apollo. Il primo documento è del 1123, quando il vescovo Sinibaldo sollecitò lavori che andavano avanti da decenni, rallentati anche dal terremoto del 1117.
Qui, nel 1448, un Andrea Mantegna diciassettenne firmò il suo primo lavoro indipendente: la pala dell'altare maggiore, una Madonna con santi andata dispersa nel Seicento.
Negli anni Cinquanta un restauro radicale le ridiede l'aspetto primitivo, sacrificando gran parte degli arredi manieristi e barocchi. E c'è un dettaglio da curiosi: nel fonte battesimale, arrivato dalla vicina Santa Caterina, furono battezzati Livia e Gianvincenzo, figli di Galileo Galilei.